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Storia ed evoluzione della cannabis terapeutica

Cannabis terapeutica, dall’antichità a oggi

La pianta di cannabis si è diffusa gradualmente ma inesorabilmente nel corso dei secoli. La sua capillarità l’hanno resa una pianta d’uso comune in una infinità di culture. Uno degli elementi che hanno l’hanno resa così celebre, c’è di sicuro il suo impiego a scopo terapeutico

 

I primi utilizzi della Cannabis a scopo medicinale

La prima testimonianza dell’utilizzo della cannabis a scopo terapeutico risale al 2900 a.C., quando in Cina era elencata tra le 50 erbe mediche fondamentali nella farmacopea (l’elenco ufficiale dei farmaci) dell’imperatore Shen Nung.

Secolo dopo secolo la pianta di cannabis si è diffusa in tutto il mondo, acclimatandosi in Europa, nelle Americhe e in Africa. La cannabis, nella sua millenaria storia, ha incrociato genti e culture, diventando una pianta curativa d’uso comune in ambito medico. La cannabis, però, non era impiegata solo a scopo terapeutico ma era una anche una pianta d’uso comune. Ad esempio, i suoi semi erano (e sono!) un ingrediente utilizzato di frequente nelle diete di moltissime aree del mondo. Inoltre, fino a circa un secolo e mezzo fa la stragrande maggioranza della carta prodotta nel mondo era ricavata dalla cannabis.

A metà del XIX° secolo, la cannabis a uso medico era diffusa in tutta Europa e a inizio ‘900 erano più di 100 i ricercatori che avevano pubblicato articoli scientifici mirati a scoprirne le proprietà. Da metà secolo in poi, però, un veloce e rapido declino ha portato la cannabis a sparire. Le ragioni principali sono due. La prima riguarda le forti restrizioni da parte dei governi di tutto il mondo all’impiego della cannabis sia per uso medico che ricreativo. La comunità degli storici ha rintracciato i motivi di questa vera e propria battaglia condotta in senso proibizionista. 

 

Il proibizionismo e l'oscurantismo verso la Cannabis

A partire dai primi decenni del ‘900, Stati Uniti e, a seguire, moltissime altre nazioni del mondo pubblicarono leggi che compromisero la produzione di canapa industriale e, di conseguenza, anche l’immaginario stessa della pianta di canapa. Uno degli esempi più ricorrenti che vengono fatti di questa campagna proibizionista è quella della enorme quantità di arresti per possesso di cannabis che avvennero negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘60.

La seconda ragione di questo declino risiede in quella che fino a metà secolo si delineava come una assenza di effettivi risultati scientifici degli studi. Allora, non erano stati isolati i principi attivi presenti nella cannabis. Senza conoscere le sostanze che caratterizzano la pianta, era impossibile compiere studi mirati e approfonditi.

 

La riscoperta e rivalutazione della Cannabis

Le cose cambiarono negli anni ‘60 grazie al pioniere della ricerca sulla cannabis: il professor Raphael Mechoulam, scienziato ancora oggi impegnato presso la Hebrew University of Jerusalem.

Nel 1964, quando lavorava all’Istituto Weizmann in Israele, Mechoulam fu il primo -  assieme ai colleghi Yechiel Gaoni, e Habib Edery – a isolare e analizzare il delta-9-tetraidrocannabinolo (detto comunemente THC): uno dei principi attivi della cannabis più noti al pubblico.

Negli anni Mechoulam si impose come il vero precursore di questo filone di ricerca. Lo scienziato israeliano è lo scopritore anche del cannabidiolo (CBD), individuato già nel 1963. Le sue pubblicazioni, frutto del lavoro di oltre 50 anni, costituiscono la base per la ricerca scientifica sulla cannabis. Considerando anche il clima di proibizionismo in cui Mechoulam e il suo team dovevano lavorare, i loro risultati hanno dello straordinario. Da allora l’interesse da parte della comunità scientifica non ha mai smesso di crescere.

 

Il boom della ricerca sulla Cannabis Terapeutica

Dagli anni ‘90, le ricerche sulla cannabis terapeutica hanno permesso agli studiosi di scoprire oltre 70 cannabinoidi e, di conseguenza, è stato possibile studiare i meccanismi tramite cui potrebbero comportare benefici in diverse patologie. In tempi ancor più recenti, ricercatori come Vincenzo Di Marzo e i colleghi dell’Endocannabinoid Research Group - che riunisce svariati istituti di ricerca parte del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) - si stanno concentrando nello scoprire sempre più le dinamiche con cui i principi attivi della cannabis interagiscono con il sistema endocannabinoide. Oggigiorno la ricerca scientifica si muove con maggiore libertà e prosegue lungo la strada con l’obiettivo di fare luce su tutte le proprietà benefiche della cannabis.

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Cannabis terapeutica oggi: per quali patologie è utilizzata

La cannabis in ambito medico viene utilizzata per un gran numero di patologie e vengono confenzionati farmaci che contengono, in varia quantità e concentrazione, alcuni dei principi attivi della cannabis. È così che sono nati farmaci come il Sativex, utilizzato per intervenire sui sintomi della sclerosi multipla.

È recente la notizia dell’introduzione di un farmaco a base di cannabis, l’Epidiolex, che combatte con grande efficacia l’epilessia, riducendo significativamente il numero di crisi nelle persone che ne sono colpite. La cannabis terapeutica può essere prescritta a pazienti oncologici oppure può essere utilizzata – per la sua azione indiretta sul sistema nervoso centrale – per contrastare una condizione di dolore cronico.

I farmaci a base di cannabinoidi sono stati sviluppati e approvati in un numero ormai consistente di paesi del mondo. Le concentrazioni dei vari principi attivi (i principali sono il cannabidiolo CBD e il Delta-9-tetraidrocannabinolo THC) contenute nei farmaci a base di cannabis vengono calcolate con estremo rigore. 

 

Come funziona l’accesso alla Cannabis terapeutica

In Italia è possibile ricorrere alla cannabis terapeutica tramite prescrizione medica per supportare le terapie standard. A regolare l’impiego della cannabis terapeutica è il Decreto Ministeriale del 9 novembre 2015 che suggerisce il suo impiego nel momento in cui le terapie standard non garantiscono gli effetti desiderati oppure, al contrario, provocano effetti secondari non tollerabili. Il decreto prevede l'impiego della cannabis per trattare il dolore cronico e quello associato a sclerosi multipla e a lesioni del midollo spinale; nella nausea e vomito causati da chemioterapia, radioterapia, nelle terapie per HIV; come stimolante dell’appetito, nella cachessia, nell’anoressia, per la perdita dell’appetito in pazienti oncologici o affetti da AIDS e nell’anoressia nervosa. 

Il 27 luglio 2018 è entrato in vigore un “aggiornamento” del decreto precedente grazie a cui la cannabis terapeutica si può prescrivere per ogni tipo di dolore cronico, senza che questo debba essere per forza associato a una particolare condizione. Si considerano tutti i tipi di dolore cronico, senza più fare distinzione tra il dolore oncologico, neuropatico o di altra natura. 

Il Decreto ha una particolare valenza dato che riconosce una volta per tutte l’utilità della cannabis nella terapia del dolore nel suo senso più ampio.

Ogni regione ha la possibilità di legiferare sulla materia e bisogna tenere conto di questa differenziazione. Le prescrizioni si effettuano quando le terapie convenzionali o standard sono inefficaci. Il Ministero della Salute ha diramato da tempo le linee guida necessarie e sono disponibili le informazioni per i medici e farmacisti e le istruzioni per la preparazione di medicinali contenenti cannabis


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