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Dieci condizioni in cui considerare l’utilizzo della cannabis terapeutica

 

 

La cannabis si dimostra sempre più una pianta multi-uso, capace di portare beneficio in molte situazioni diverse

 

Spesso le informazioni sulla cannabis non sono chiare per tutti, soprattutto per ciò che riguarda il suo utilizzo in ambito terapeutico. È bene quindi fare chiarezza elencando i possibili campi di applicazione della cannabis.

Per cannabis terapeutica si intendono quei farmaci a base di cannabinoidi – i principi attivi della cannabis – che sono stati sviluppati e approvati in un numero ormai consistente di paesi del mondo.

Le concentrazioni dei vari principi attivi (i principali sono il cannabidiolo CBD e il Delta-9-tetraidrocannabinolo THC) contenute nei farmaci a base di cannabis vengono calcolate con estremo rigore. La sempre maggiore apertura verso l’utilizzo della cannabis terapeutica ha inizio dal momento in cui la ricerca scientifica ha identificato e individuato le strutture dei principali cannabinoidi e dei recettori cannabinoidi.

Ad oggi sono state pubblicate numerose ricerche sulle attività farmacologiche della cannabis e dei cannabinoidi e sulle possibili applicazioni terapeutiche in una moltitudine di casi. Quali sono, quindi, i possibili campi di applicazione della cannabis?

 

Cannabis, CBD e malattie neurodegenerative

La cannabis viene ogni giorno di più impiegata per diminuire i sintomi di alcune malattie neurologiche. È il caso, ad esempio, del morbo di Parkinson, su cui è stato dimostrato che il cannabidiolo contribuisce a ridurre i disturbi sia motori che non motori.

In rete è possibile trovare moltissime testimonianze video di persone che utilizzano la cannabis a questo scopo. Uno degli esempi più significativi ha come protagonista un uomo affetto da acatisia, una grave sindrome psicomotoria che si manifesta con l'impossibilità di stare fermi, che riesce a convivere con la malattia grazie all’assunzione di cannabis.

 

recettori

 

Cannabis e nausea

La cannabis e i singoli cannabinoidi sono stati studiati per trattamento della nausea e del vomito causati dalla chemioterapia. Secondo uno dei primi studi mirati a indagare l’uso della cannabis in campo oncologico, i cannabinoidi utilizzati per trattare gli effetti indesiderati della chemioterapia si sono dimostrati più efficaci di altri antiemetici.

Nel 2010 sono stati pubblicati sulle pagine del British Journal of Pharmacology i risultati di uno studio condotto dai ricercatori del Department of Psychology and Collaborative Neuroscience Program, della University of Guelph, in Canada. Secondo gli autori, ci sono prove considerevoli che la manipolazione del sistema endocannabinoide possa essere in grado di regolare la sensazione di nausea. L’effetto anti-emetico dei cannabinoidi è stato dimostrato su alcuni animali: l’azione sui recettori CB1 comporterebbe la soppressione della sensazione di dover vomitare. In particolare, il composto primario non psicoattivo della cannabis, il cannabidiolo (CBD), sopprime anche la nausea e il vomito anche in dosi limitate.

Al momento, la ricerca preclinica indica che i cannabinioidi, incluso il CBD, possono essere efficaci clinicamente per trattare sia la nausea che il vomito prodotti dalla chemioterapia o altri trattamenti terapeutici.

 

CBD e dolore cronico

Il dolore cronico, in particolare quello di tipo neuropatico, è difficile da trattare e risulta essere particolarmente debilitante. Il ruolo della Cannabis e dei suoi componenti, chiamati fitocannabinoidi, impiegati nel trattamento del dolore cronico, è stato oggetto di diversi studi sia preclinici che clinici.  Il cannabidiolo, insieme al THC, è riportato avere un potenziale terapeutico nel trattamento di alcune forme di dolore cronico sia infiammatorio che neuropatico, agendo in quest’ultimo soprattutto sulle comorbidità ad esso associate.

 

Cannabis contro l’epilessia

Il CBD può essere efficace nel trattamento dell’epilessia come dimostrato da diversi studi scientifici. L’’epilessia affligge mezzo milione di persone solo in Italia e circa il 30% delle persone in età pediatrica non risponde ai farmaci tradizionali.

Il Cannabidiolo si è affermato come una molecola in grado di mostrare caratteristiche di efficacia nel controllo delle crisi e di tollerabilità, per contrastare alcune forme di epilessia resistente ai farmaci tradizionali.

 

Cannabis e psoriasi

La ricerca scientifica sta dimostrando ogni giorno di più i benefici che l’uso topico di prodotti contenenti cannabidiolo (CBD) o delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) possono comportare sui pazienti affetti da psoriasi. I due principali principi attivi della pianta di canapa esercitano, infatti, un’influenza per mitigare i sintomi della psoriasi. Essi infatti agiscono sullo stato di infiammazione della pelle tipico della malattia.

Nel 2016, una revisione degli studi condotti fino ad allora ha evidenziato come i principi attivi della cannabis possano essere utilizzati con successo nel trattamento di varie forme di psoriasi. Proprio quest’ultima pubblicazione indicava la cannabis come un promettente alleato nella lotta alla malattia. Una delle manifestazioni più comuni della psoriasi è la riproduzione troppo rapida delle cellule cutanee.

Nel 2007 i ricercatori della Medical School della Nottingham University, hanno osservato come alcuni principi attivi della pianta di cannabis – THC, CBD e altri – fossero in grado di rallentare la crescita anormale dei cheratinociti, le cellule dell’epidermide più comuni. Queste evidenze hanno spinto i ricercatori a suggerire lo sviluppo di prodotti contenenti quei principi attivi da utilizzarsi per rallentare il processo di crescita incontrollata di cellule della pelle.

 

Cannabis e terapia del dolore

La scienza dimostra ogni giorno di più il potenziale del cannabidiolo (CBD) per contrastare il dolore cronico. I suoi noti effetti antinfiammatori sono stati al centro di svariati studi che ne hanno suggerito l’applicazione come affiancamento alle cure palliative per i malati terminali di cancro.

Per cure palliative si intendono quelle terapie che hanno come scopo la mitigazione dei sintomi in quei pazienti colpiti da una malattia incurabile.

I cannabinoidi agiscono su alcuni disturbi tipici di chi sta lottando contro il cancro. I cannabinoidi possono far tornare l'appetito, stimolano una sensazione di benessere, possono avere un'azione miorilassante, possono aiutare a dormire e, in generale, possono aiutare un paziente che ha bisogno di cure palliative a stare meglio.

 

Cannabis e glaucoma

Era il 2006 quando uno studio pubblicato sul Journal of Glaucoma e firmato dai ricercatori dell’Università di Aberdeen, in Scozia, evidenziò l’efficacia della cannabis nel trattare il glaucoma, un ampio insieme di patologie caratterizzate da un danno cronico e progressivo del nervo ottico.

I ricercatori scoprirono gli effetti benefici della cannabis nel ridurre la pressione intraoculare e rallentare il corso della malattia. La cannabis oggi viene impiegata comunemente per questo genere di trattamenti atti a contrastare il glaucoma e continuano a essere compiuti studi per comprendere al meglio le sue potenzialità.

 

Cannabis contro l’emicrania e il mal di testa

Il primo studio autorevole sulla possibilità di usare la cannabis per contrastare l’emicrania risale al 2016 ed è stato coordinato da un’equipe guidata da Danielle N. Rhyne del dipartimento di farmacologia clinica della University of Colorado. Lo studio ha preso in esame 121 individui adulti con una riconosciuta diagnosi di emicrania e a cui era stato consigliato dal proprio medico di sottoporsi a un trattamento con cannabis.

Gli scienziati hanno osservato come, tra gli utilizzatori di cannabis, il numero di attacchi di emicrania mensili fosse sceso da 10,4 a 4,6. Lo studio ha evidenziato come la cannabis terapeutica avesse una spiccata funzione “preventiva” nei confronti del mal di testa. In altre parole: assumendo con costanza la cannabis consigliata dal medico, diminuisce il numero di volte in cui si soffre di mal di testa.

 

CBD e artrite reumatoide

Grazie al loro effetto antinfiammatorio, i cannabinoidi possono fornire sollievo dal dolore alle articolazioni e dal gonfiore, e diminuire la distruzione congiunta e la progressione della malattia. È dimostrato che l’assunzione di CBD protegge le articolazioni contro danno gravi, diminuisce la progressione, migliora il movimento, la qualità del sonno e riduce l’infiammazione in sole 5 settimane.

 

CBD e malattia di Alzheimer

Uno studio del 2014 condotto da un’equipe dell’Health Byrd Alzheimer’s Institute dell’Università della Florida del Sud (USF) ha dimostrato come anche livelli estremamente bassi di delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) – uno dei principi attivi della pianta di cannabis – siano in grado di arrestare o comunque rallentare il progredire della malattia.

Lo studio, pubblicato su Journal of Alzheimer, ha individuato il meccanismo con cui il THC aiuti a ridurre la produzione di beta-amiloide, il noto peptide che compone le placche senili presenti nel cervello: una delle caratteristiche più note della malattia di Alzheimer.

Il Thc agisce evitando l’accumulo anomalo di beta-amiloide e favorisce la trasmissione dei segnali nervosi. La ricerca va inquadrata all’interno di un filone di studi ben chiaro che mira a valutare i benefici della pianta di cannabis per la prevenzione di questa patologia neurodegenerativa.

 

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