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CBDA, la “versione acida” del CBD

L’acido cannabidiolico (CBDA) è il precursore del cannabidiolo (CBD) e potrebbe comportare grandi benefici per la salute umana.

Che cos'è il CBDA? Qual è la differenza con il CBD?


In questo articolo daremo risposta a questa domanda che può facilmente sorgere a chiunque cominci il suo percorso di studio e approfondimento nel mondo del cannabidiolo e dei cannabinoidi.

Il CBDA o acido cannabidiolico è ritenuto essere un precursore del cannabidiolo. Venne isolato nel 1958 da O.E. Schultz e da G. Haffner e, nello stesso periodo, dall’equipe cecoslovacca formata da Z. Krejcì, M. Horak e F. Santavy.

L’acido cannabidiolico (CBDA) è uno dei tanti componenti prodotti dalla pianta di cannabis. Si origina a partire dall’acido cannabigerolico (CBGA), la sostanza “madre” dei principi attivi che si possono trovare nella cannabis.

L’acido cannabigerolico (CBGA) si converte in diverse forme, a seconda degli enzimi attivati nella pianta, fra cui il THCA (l’acido tetraidrocannabinolico), il CBCA (acido cannabicromene) e nel CBDA (l’acido cannabidiolico). Nel momento in cui il materiale vegetale viene esposto a una fonte di calore, ha luogo il processo di decarbossilazione che converte l’acido cannabidiolico in cannabidiolo (CBD).

Questo processo di conversione può avvenire nel momento in cui assumiamo cannabis, riscaldandola tramite un vaporizzatore, ad esempio, oppure può essere osservato in natura, nel momento in cui le piante sono esposte al calore. Sia il CBDA che il CBD sono due cannabinoidi non psicoattivi.

 

L’importanza dell’acido cannabidiolico (CBDA)

Se il cannabidiolo (CBD) ha dimostrato essere utile in moltissime situazioni, nel mondo della ricerca medico-scientifica la domanda è sorta quasi spontaneamente: quali possono essere i benefici del precursore del cannabidiolo, l’acido cannabigerolico?

Krejcì, Horak e Santavy, i tre cecoslovacchi che tra i primi avevano individuato l’acido cannabidiolico, hanno anche dimostrato che gli estratti di cannabis contenenti acido cannabidiolico (CBDA) esercitano una considerevole azione antibatterica su alcuni microorganismi gram-positivi, tra cui la specie Staphylococcus aurea, resistente alla penicillina e ad altri antibiotici. I tre scienziati decisero di dedicarsi a questo peculiare filone di ricerca dopo avere colto un racconto aneddotico sulle potenzialità dell’acido cannabidiolico.

Gli autori riferiscono l’episodio di un patologo il quale aveva riportato una ferita al pollice durante un’autopsia; lo stato infettivo era talmente grave da l’amputazione un’ipotesi sempre più concreta e tutte le cure antibiotiche a cui si era sottoposto si erano rivelate inefficaci. Dopo il trattamento con l’estratto di cannabis, i medici erano riusciti a debellare l’infezione. 

Si trattò, ai tempi, di un lavoro pionieristico. Oggi, invece, la ricerca sul potenziale antibatterico dell’acido cannabidiolico prosegue senza sosta e porta sempre più risultati promettenti.

Nonostante i meccanismi di questa potenziale azione antibatterica siano ancora sfuggenti, l’impiego dell’acido cannabidiolico in questa direzione potrebbe aprire nuovi scenari per contrastare uno dei grandi problemi di salute pubblica che stanno emergendo negli ultimi anni: la resistenza agli antibiotici. 

 

Quali sono i benefici dell’acido cannabidiolico?

L’acido cannabidiolico non interagisce direttamente con i recettori CB1 e CB2 che compongono il nostro sistema endocannabinoide. L’acido cannabidiolico inibisce l’enzima cicloossigenasi-2 (COX-2). L’enzima è associato con una condizione infiammatoria dovuta a un trauma o a una infezione. L’acido cannabidiolico, bloccando l’enzima COX-2, comporta una attenuazione dell’infiammazione e del dolore che ne deriva. Inoltre, uno studio condotto su modelli animali e pubblicato nel 2018 da un gruppo di ricerca della facoltà di medicina dell’Università di Tel Aviv, ha evidenziato come l’acido cannabidiolico possa influenzare il livello di serotonina presente nel nostro organismo.

La serotonina è un alcaloide che esercita funzioni fondamentali per il nostro corpo, influenzando la qualità del sonno, la digestione, le capacità motorie e, soprattutto, lo stato emotivo. È per questo motivo che la comunità scientifica intende proseguire nella ricerca per scoprire eventuali impieghi dell’acido cannabidiolico in questo senso. I risultati non sono mancati. Una serie di fattori di stress, tra cui le radiazioni e la chemioterapia, fanno sì che il corpo rilasci serotonina in eccesso, causando nausea e vomito.

La sensazione costante di nausea è uno dei tanti problemi che le persone che si sottopongono alle dovute cure antitumorali devono affrontare. Si tratta di una condizione che compromette notevolmente la qualità della vita. Gli scienziati hanno dimostrato che il l’acido cannabidiolico (CBDA) può influenzare i recettori che producono serotonina 5-HT del corpo, suggerendo un potenziale uso del CBDA come farmaco per lenire la nausea provocata dalla chemioterapia.

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Aberdeen ha proprio osservato come la sensazione di nausea scomparisse in alcuni topi a cui era stato somministrato acido cannabidiolico. 

Pochi anni prima, nel 2012, i ricercatori del dipartimento di biologia molecolare della Daiichi University (Giappone) hanno messo in luce come l’acido cannabidiolico possa avere un potenziale per contrastare il tumore al seno. Secondo i ricercatori, l’acido cannabidiolico (CBDA) potrebbe avere un effetto anti-proliferativo sulle cellule tumorali. 

Sebbene il CBD sia ottenuto dalla decarbossilazione non enzimatica della molecola madre, l'acido cannabidiolico (CBDA), ancora oggi pochi studi hanno studiato se il CBDA stesso è biologicamente attivo. I risultati dello studio giapponese hanno rivelato che il CBDA inibisce la migrazione delle cellule tumorali mammarie umane altamente invasive (chiamate MDA-MB-231), apparentemente attraverso un meccanismo di inibizione della proteina chinasi A, associata all'attivazione della piccola GTPasi, RhoA. I dati presentati sulla autorevole rivista Toxicology Letters hanno suggerito per la prima volta che, come componente attivo nella pianta di cannabis, il CBDA offre una potenziale modalità terapeutica per limitare la proliferazione delle cellule tumorali, inclusi i tumori aggressivi del seno.

 

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