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Cbd, legislazione e positività ai test antidroga: facciamo chiarezza

IL CBD rende positivi ai test antidroga? Quale è lo stato della legge italiana a oggi?

Il boom del mercato della canapa ha aperto nuove questioni e stimolato il dibattito legislativo sulla regolamentazione dei prodotti a base di CBD.

Il cannabidiolo contenuto in prodotti come l’olio di canapa non ha effetti psicoattivi. In molti, però, si domandano se anche chi ha consumato cannabis o olio estratto dai semi di canapa possa risultare positivo ai test antidroga, fra cui quelli che vengono eseguiti sul posto di lavoro.

Permangono molte incertezze, infatti, sulle leggi di riferimento e su come le tracce di altri cannabinoidi, come il THC, possano far sì che il test dia un risultato positivo quando, in realtà, si è consumato esclusivamente olio di canapa a base di CBD. La crescita d’interesse verso il mondo della canapa ha dato il via a un dibattito su quali siano tutti i fattori legislativi di cui tenere conto.

Diffusione Cannabis in Italia e legge sugli stupefacenti 

In mezzo decennio, in Italia, i terreni agricoli coltivati con la canapa sono aumentati di dieci volte. Secondo i dati forniti da Coldiretti, nel 2013, sul territorio italiano, si contavano solo 400 ettari mentre nel 2018 erano ben 4.000. Quella che è stata impropriamente chiamata cannabis light ha dato il via a un mercato in netta espansione che ha generato una miriade di prodotti e idee innovative.

La canapa, infatti, sta riaffermando il suo ruolo di “pianta multi-uso”, venendo utilizzata non solo per il nostro benessere o la nostra salute ma anche per la produzione di alimenti, cosmetici e addirittura elementi edilizi. Il merito di questo decollo è anche del testo della Legge 2 dicembre 2016, n. 242, intitolata “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa” ed entrata in vigore il 14 gennaio 2017.

la coltivazione di canapa in Italia

La legge stabilisce che non è necessaria autorizzazione per seminare i tipi di canapa (indicati in un apposito elenco) che abbiano un contenuto di THC inferiore allo 0,2%. Inoltre la percentuale di principio attivo THC nelle piante, in caso di controllo e analisi, potrà essere considerata all’interno di una sorta di “soglia di sicurezza” che oscilla tra lo 0,2% e lo 0,6% di principio attivo.

Tuttavia la Legge n. 242 non riguarda direttamente la legalizzazione della cannabis, tanto meno ne consente l’uso a scopo ricreativo, ma è una legge rivolta ad agricoltori e produttori e il cui obiettivo è la promozione della coltivazione della canapa industriale.

Le autorità non si rivolgono solo a questa legge quando devono procedere a un controllo ma il Decreto del Presidente della Repubblica del 9 ottobre 1990, n. 309 – “Testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti”. Il limite di THC è sempre 0,2. La soglia a 0,6 è necessaria per tutelare l’agricoltore, per cui è impossibile controllare la variabilità di una coltivazione.

Oggi, tra i 5 e i 6 milioni di persone in Italia usano regolarmente cannabis, secondo i dati ricavati dalla Relazione annuale del 2017 al Parlamento, presentato dal Dipartimento per le politiche antidroga. Se si osservano i dati precedenti al 2017 si nota una crescita del consumo di cannabis tra gli italiani, la Relazione 2015 che citava dati 2011 parla di un numero di consumatori attestato intorno ai 5,5 milioni.

Si tratta di numeri che nascondono la necessità di fare chiarezza al più presto su tutte le normative che regolano anche l’uso personale dei prodotti a base di cannabis.

Come funziona il test antidroga: quando viene effettuato, che cannabinoidi ricerca, i risultati falso-positivi

Questa incertezza legislativa ha generato molti dubbi anche per quanto riguarda i test antidroga per rilevare eventuali sostanze stupefacenti nei campioni d’urina. Si tratta di una pratica molto comune in tanti luoghi di lavoro. Di solito i test comportano l’analisi di un campione di urine e, tra le tante sostanze stupefacenti che vengono rintracciate, c’è anche il THC. Di questo principio attivo, il test individua la presenza del suo metabolita, l'11-nor-delta-9-carbossi-THC (THC-COOH).

Questo implica che il cannabidiolo (CBD) non viene fatto rientrare tra gli elementi d’interesse del test. D’altronde il CBD viene man mano rimosso da qualsiasi elenco di sostanze stupefacenti per via delle evidenze scientifiche che testimoniano come non abbia alcun effetto psicoattivo.
Tuttavia alcuni prodotti a base di cannabis possono contenere fino allo 0,2% di THC e un consumo in grande quantità potrebbe far sì che emergano dei falsi positivi durante un droga test.

Moltissimi stati dell’Unione Europea stanno rilasciando chiare normative sul tema dei test antidroga sul lavoro e la sicurezza dell’uso di prodotti con CBD.

In Italia l’articolo 125 del DPR 309/90 stabilisce che alcune categorie di lavoratori, che occupano "posizioni che comportano una minaccia per la sicurezza e la sicurezza fisica e la salute di terzi", debbano sottoporsi a controlli preventivi e regolari di tossicodipendenza a spese del datore di lavoro. In caso di esito positivo del test antidroga, il datore di lavoro deve sollevare il lavoratore dalla posizione che comporta una minaccia per la sicurezza e l'incolumità fisica e la salute di terzi.

Le domande sono sempre le stesse: per quanto tempo è riscontrabile il CBD nel corpo umano? È vero che è rintracciabile per 90 giorni in una ciocca di capelli?

Tenendo conto delle attuali leggi e della estrema variabilità del fisico di ogni persona, al momento non può che esserci una risposta.
Di per sé la presenza di CBD non è considerata nei test ma, con un uso frequente di un prodotto non certificato e con quantità di principi attivi non ben definite, il rischio è quello di riscontrare un risultato falso-positivo nella prima fase del test.
In questo caso la procedura prevede esami piú approfonditi per ricercare i principali metaboliti del THC (il THC-COOH e l’ 11-OHTHC).

Differenza tra THC e CBD 

Il Cannabidiolo (CBD) e il tetraidrocannabinolo (THC) sono i due cannabinoidi più abbondanti che si trovano in natura nella pianta di canapa. La scienza li definisce fitocannabinoidi.

Entrambi, sia il CBD che il THC, esercitano un’azione su alcune cellule del cervello e in alcuni casi sulle cellule di altri organi. I due cannabinoidi sono molto simili a livello molecolare e la ricerca scientifica è riuscita a distinguerli solo pochi anni fa.

Nonostante le similitudini molecolari (entrambi sono costituiti da 21 atomi di carbone, 30 atomi di idrogeno e due atomi di ossigeno) le proprietà chimiche del CBD e del THC sono molto diverse.

Il THC, infatti, ha degli effetti psicotropi che lo fanno rientrare nel novero degli stupefacenti, mentre il CBD viene sempre più considerato sicuro. Il THC stimola il recettore CB1 dei cannabinoidi, e genera effetti psicotropi.

Il CBD invece altera la forma del recettore CB1, motivo per cui generalmente non produce effetti psicoattivi. Questa assenza di effetti psicoattivi ha indotto molte persone a considerare il fatto che il CBD sia più sicuro del THC.

In conclusione: scegli sempre prodotti certificati e di qualità! 

A oggi, nel nostro paese, le leggi sono ancora poco definite, vista e considerata la “novità” della materia.

Per il momento si può affermare che, per i consumatori di prodotti con CBD, la semplice positività al test non è da considerarsi come indice di colpevolezza.

L’importante è consumare sempre e solo prodotti certificati nel corso di una filiera controllata in ogni sua fase e seguire l’evoluzione, sempre più interessante e promettente, della ricerca scientifica sui principi attivi della pianta di canapa.


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